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Varrà allora la pena di mettere in evidenza il meccanismo con il quale Zanzotto autorizza tale trapasso, facendolo scattare al termine dell’Ipersonetto, alta esercitazione di artigianato retorico che si conclude con la piena sconfessione dell’artificio letterario, grazie all’unico testo dialettale di tutta la raccolta (E pò, muci) (23) .Come giustamente osserva Del Bianco, L’Ipersonetto si erge al centro di GB come una presenza sostanziosa ma ingannevole.

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Nella sua articolata struttura poematica, il Galateo è una raccolta di Holzwege, di sentieri heideggerianamente interrotti, ma i percorsi si muovono per lo più in verticale, ovvero, ancora una volta, attraverso l’inerbarsi dell’io, come si legge nella sezione di Che sotto l’alta guida che comincia «Ma tu fa che io resti all’altezza dell’erba».Giusto richiamo, peccato che la parentela sia, al più, speculare, cioè rovesciata.Perché il letame, in un poeta così ossessivamente impegnato nell’allucinatoria «auscultazione del paesaggio" (Del Bianco), non può avere altra valenza che quella, tutta positiva, di concimante, e dunque non sarà un caso che la raccolta del ’73 si chiuda su un verso di questo tenore: «oscuro del prato dove perii, dove perirò / sorgerò».Dietro il castello di Atlante c’è un dirupo selvatico, una discarica, un letamaio dialettale […] L’energia trasgressiva e triviale del dialetto reagisce alle chiacchiere dell’Ipersonetto e del mondo, sbatte all’aria le carte del corrotto gioco storico […] così si fa strada l’appello imperioso e iracondo a "chiudere il becco" e a farla finita con l’abuso della scrittura (24) . 1599.25 - «Ma / cacone, piscione / (è questo il tuo vero nome / perché è tutto puntellato su cacca e piscio / il tuo vero sentire e pensare): / voltati da una parte, / nasconditi, se c’è, / dentro il cespuglio più fitto e imboscato, / dove non arriva il chiarore / né di speranze né di anime / né di torce che vanno a zonzo, e fa, fa ,fa […] Cose poetate anche troppo. Non potrà sembrare occasionale, a questo punto, che a suggellare il rifiuto della tradizione letteraria del passato, simboleggiata dall’ipertrofico Ipersonetto, intervenga la crepuscolare vergogna della poesia, per di più nella forma che ben conosciamo, quella dell’equazione dissacrante, tutta montaliana, tra poesia e fogna: Ma schegazhèr, pissazhèr (l’è ’sto qua ’l tó nome vero perché l’è tut infrontà sora caca e pissin al tó vero sentir e pensier): òltete par de là, scòndete, si ’l ghe n’è, in medio al bar pi fis e pi inboscà, andove che ’llustro no riva nè de speranzhe nè de aneme nè de torzhe che le va a torzhio: e fa, fa, fa […] Roba sproetada anca massa. Poche pagine dopo questo accesso di livore vernacolare contro l’atto stesso del poetare, parificato con disprezzo all’appartarsi in un cespuglio per defecare, si incontra la prima sezione di Questioni di etichetta o anche cavalleresche, e qui il cerchio, silenziosamente, si chiude: In me e nella mia categoria che ha perduto contatto persino con la fabbrica del latte e del formaggio che in ogni Arcadia gode prestigio[…] (così) in me è totalmente mancato il rapporto cervello-manoquello che ha fatto l’umanodentro la sua bottega di selvaggio o di artigiano- né v’è stato il supporto grazioso e medicante di un’Arcadia-Mafia a sostituirlo[…] Pace dunque al qualunque baco parassita che si credette fabbro di seta garantita e sta a ciondolare sulla rama mangiucchiando […] e insieme postulando mezze-pietà per le sue penumbrali colpe e il suo desindacalizzato totale assenteismo dalla realtà (produzione di massa e prodotto garantito, per altro, anch’essa con marchio di qualità). (18) Insomma, la poesia, ancora una volta, ha una funzione salvifica.

Potrà essere utile a questo punto leggere cosa scrive Stefano Agosti, fedele esegeta di Zanzotto, in margine al poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal, mostrando una significativa tangenza con quanto si sta qui dibattendo: la fenomenologia del detrito...caratterizza l’altro versante del poema: e cioè la fenomenologia del "residuo", del "detrito" (di cui fa parte lo stesso dialetto), in una parola la fenomenologia dell’assunzione al senso di ciò che normalmente viene rimosso dalla rappresentazione simbolica; non solo, ma inversamente, anche la fenomenologia del massimo valore di senso […] condensato nel valore minimo o nel non-valore: espresso dal non valore (19) Invertito il segno, l’intero senso è mutato.

Tanto più che il programma dichiarato di Pasque è quello di parlare la lingua prenatale delle ’uova’, il petèl, e come sottovalutare, allora, la solidarietà retorico-semantica che viene a saldare in rima "ovatura" e "cacatura"?

D’altro canto il vomito, evidente sintomo isterico, non potrà non ricollegarsi a «quegli oscuri linguaggi totalmente somatici, assai vicini a quelli dell’isteria» che accompagnano, secondo Zanzotto, il soggetto colto dall’incubo di un «vuoto di lingua».

Occorre una precisazione: dalle IX Ecloghe in poi il linguaggio, come si sa, subisce una inusitata espansione, e al cedimento delle strutture tradizionali della sintassi e della versificazione corrisponde un magmatico sovrapporsi di lingue specialistiche e voci contrastanti.

Persiste un trattamento prezioso della parola, ma il vocabolario si dilata enormemente.

Passo nel quale va notato il significativo prorompere di un verbo tipicamente montaliano come interrarsi, ben presente alla memoria di Zanzotto, e che ci conduce direttamente all’approdo inevitabile del nostro discorso, Il Galateo in Bosco.